L’incipit del romanzo è “in medias res”, l’autore sceglie quindi di omettere l’inizio del racconto e trascina il lettore nel cuore della narrazione.

Nel primo capitolo de “I Promessi Sposi” vediamo una descrizione oggettiva del paesaggio da più prospettive, prima dalla cima dei monti e poi dalle pendici. I viottoli, che si intrecciano e si scontrano, rappresentano un po’ la trama della storia, piena di vicende di grandi e piccoli personaggi che si intersecano fra loro grazie a questi grovigli di situazioni.

I Promessi SposiDall’oggettività si passa alla soggettività, con la descrizione di Don Abbondio. La prima caratteristica che Manzoni ci svela è proprio il modo di muoversi del curato, il suo camminare, ed entra nei particolari riportando anche il movimento delle mani nella lettura del breviario.

Don Abbondio è un uomo che vive con perenne pigrizia, seguendo ritmi molto lenti.
La narrazione, dopo aver accennato ai due bravi appoggiati su un muricciolo, fa una pausa, tornando ad un’inquadratura più ampia per permettere all’autore di soffermarsi sull’ambientazione della storia. Il 1600 è un tempo caotico, privo di un senso della legge, nel quale lo Stato è forte con i deboli ed indulgente con i forti.

Manzoni trasmette questa visione (che probabilmente nel ’600 è al massimo grado) ma tenta anche di farci capire che questo fenomeno non è legato solamente a quel periodo specifico, ma comune a qualsiasi epoca storica.

Il curato è un personaggio comico ma allo stesso tempo tragico, che in un mondo così ingiusto si è ricavato il suo spazio cercando di allontanare timori e preoccupazioni; nella vicenda vedrà tuttavia distruggersi tutte le sicurezze che quella classe riteneva potergli offrire.
Il capitolo si conclude con il suo ritorno in canonica. Già dalle prime battute viene mostrato il carattere di Perpetua, che vedendo Don Abbondio in uno stato di grande preoccupazione, si insospettisce, e alla fine riesce a tirargli fuori la verità.

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