Gertrude, famoso personaggio de “I promessi sposi” e Suzanne, protagonista de “La Monaca” di Dederot, presentano alcune differenze caratteriali.
La prima, istruita inconsapevolmente ad una vita religiosa fin da piccola, cade nella trappola della monacazione per errori da lei stessa compiuti. Decide infatti di prendere i voti come soluzione alla situazione esasperante in cui il padre la fa vivere in casa.
Gertrude, dal punto di vista caratteriale, è molto arrendevole e si rassegna con facilità.
Suzanne, invece, combatte ferocemente contro la famiglia, per la libertà, consapevole del destino che l’attende. È forte e determinata e affronta gli oppositori senza paura. La sua incrollabile volontà di ribellione tuttavia non sortisce la liberazione.
La società delle famiglie fondate sul patrimonio è spietata ed entrambe le sventurate avranno una vita assai infelice.
Nella descrizione iniziale dell’Ivanhoe, Scott scrive in un modo più rigido, schematico e oggettivo rispetto a Manzoni che mantiene nei Promessi Sposi un ritmo simile a quello degli aedi e dei cantori. Manzoni inoltre fa qualche affermazione ironica sul comportamento dei bravi, cosa che invece non si percepisce nel romanzo di Scott.
L’autore scozzese scrive a proposito di druidi e maghi e questo denota lo stile gotico e fantasioso che prevale anche nel resto del romanzo.
I due autori hanno comunque delle cose in comune nello schema di scrittura. Entrambi i romanzi iniziano con una descrizone paesaggistica, passando poi ad un’inquadratura storica e, successivamente, alla presentazione dei personaggi. Anche su questi troviamo un’analogia, vengono presentati nello stesso modo Don Abbondio di Manzoni e i due servi anglosassoni di Scott, ma anche Rowena e Lucia.
Dopo una notte passata a riflettere sul come risolvere il problema, Don Abbondio si alza per aspettare l’arrivo di Renzo che, come previsto, si doveva recare a casa del curato per accordare il matrimonio e decidere l’ora della cerimonia.
Arrivato il giovane Don Abbondio intavola una discussione ruminando pretesti per giustificare la sua scelta di annullare le nozze.
Non avendo motivi validi, cerca di confonderlo con scuse e parole latine, affermando che non tutte le trattative legali erano state finite.
Dopo un lungo discorso riesce a convincerlo a posticipare il tutto di qualche giorno ma Renzo, sospettata una qualche complicazione più grande di quella citata dal curato, riuscì a cavare il segreto dalla bocca di Perpetua.
Saputa la confessione della donna don Abbondio viene colto da una terribile angoscia che rivela ancora una volta la debolezza d’animo del personaggio.
Renzo, infuriato, si dirige a passo veloce verso la casa di Lucia per raccontarle l’accaduto; giunto a destinazione trova l’amata insieme alla madre e ad alcune amiche e chiamandola da parte le annuncia la sua scoperta.
Il capitolo si chiude con un accenno di Lucia ad un fatto successo pochi giorni prima che, congedate le altre persone, si accingeva a raccontare al povero Renzo e alla madre.
L’incipit del romanzo è “in medias res”, l’autore sceglie quindi di omettere l’inizio del racconto e trascina il lettore nel cuore della narrazione.
Nel primo capitolo de “I promessi sposi” vediamo una descrizione oggettiva del paesaggio da più prospettive, prima dalla cima dei monti e poi dalle pendici. I viottoli, che si intrecciano e si scontrano, rappresentano un po’ la trama della storia, piena di vicende di grandi e piccoli personaggi che si intersecano fra loro grazie a questi grovigli.
Dall’oggettività si passa alla soggettività con la descrizione di Don Abbondio; la prima caratteristica che Manzoni ci svela è proprio il modo di muoversi del curato, il suo camminare, ed entra nei particolari riportando anche il movimento delle mani nella lettura del breviario.
Don Abbondio è un uomo che vive con perenne pigrizia seguendo ritmi molto lenti.
La narrazione, dopo aver accennato ai due bravi appoggiati su un muricciolo, fa una pausa, tornando ad un’inquadratura più ampia per permettere all’autore di soffermarsi sulla ambientazione della storia. Il 1600 è un tempo caotico, privo di un senso della legge, nel quale lo stato è molto forte con i deboli e troppo indulgente con i forti.
Manzoni trasmette questa visione che probabilmente nel ‘600 è al massimo grado ma tenta anche di farci capire che questo fenomeno non è legato solamente a quel periodo specifico, bensì a tutti, anche oggi, e che accadrà sicuramente anche in futuro.
Il curato è un personaggio comico ma allo stesso tempo tragico, che in un mondo così ingiusto si è ricavato il suo spazio, allontanando timori e preoccupazioni, ma nella vicenda vedrà distruggersi tutte le sicurezze che quella classe riteneva potergli offrire.
Il capitolo prosegue come tutti sanno e si conclude con il suo ritorno in canonica. Già dalle prime battute viene mostrato il carattere di Perpetua, che – vedendo Don Abbondio in uno stato di grande preoccupazione – si insospettisce e alla fine riesce a tirargli fuori la verità.