Il solito cialtrone di turno…
Politica
On. Carlucci e Prof. Mariani: tragicomico neorealismo
8 dic
La notizia che voglio raccontarvi oggi non è proprio recentissima (febbraio/marzo 2008), ma – visto che (come d’altronde prevedibile) non ha avuto alcun risalto nei grandi media – sento il bisogno di condividerla.
La vicenda (riassunto)
Il professor Luciano Maiani, presidente del CNR (Centro Nazionale di Ricerca) dal 2008, già autore di importantissimi studi sulle particelle e stretto collaboratore del premio Nobel Sheldon Lee Glashow, è uno dei firmatari del documento che chiedeva al Rettore della Sapienza di rivedere la sua decisione di invitare il Pontefice il giorno dell’apertura dell’Anno Accademico, e non – magari – in qualche altra occasione meno simbolica per la laicità dell’Università.
Al momento di riconfermare la Presidenza del CNR, i fisici votano tutti per Maiani, in Parlamento – tuttavia – alcuni cattolici ultraconservatori (addirittura l’On. Egidio Sterpa di Forza Italia abbandona l’aula in segno di “protesta contro l’intolleranza”) non rinnovano la fiducia a Maiani.
Per giustificare l’accaduto l’On. Gabriella Carlucci, a nome di Forza Italia, invia una lettera al Ministro Mussi e al Presidente del Consiglio Romano Prodi nella quale calunnia gravemente la reputazione di Maiani, che secondo la parlamentare sarebbe addirittura stato deriso dal premio Nobel Sheldon Lee Glashow e dal grande fisico John Iliopoulos. Mussi tuttavia non dà conto alla lettera e conferma ugualmente Maiani al CNR. Continua >
Era la stampa, bellezza!
15 ott
Il quarto potere, così viene anche appellata la stampa. In questi giorni si parla molto della sua importanza ed attendibilità, ma soprattutto della sua forza. Un paese veramente democratico deve poter contare su una pluralità di informazione, in Italia – invece – assistiamo a continue pressioni in senso opposto. Televisioni alla stregua di un’informazione di regime, scandali che in altri paesi fanno rizzare i capelli etichettati come gossip, prontamente scartati e sostituiti da servizi estivi, rubriche di cucina, o – sempre più spesso – da quegli insopportabili servizi di cronaca italiana, che ormai – nei tempi della globalizzazione e di un’”unità” internazionale così forte – suscitano vergogna in chi ogni tanto invece di sottomettersi all’informazione dell’intoccabile “missionario” Min Zo Lin, si sintonizza su emittenti inglesi o francesi. Non ci interessa la tragica fine del cittadino di Rieti colpito da un fulmine o l’epilogo irrisolto del solito delitto estivo; questo tipo di giornalismo non è più accettabile a livello nazionale, ma non è nemmeno accettabile un Presidente del Consiglio che attacca tutto e tutti, affermando che il 72% della stampa è contro di lui, dato estrapolato da non so quali astrusi e non riproducibili calcoli, visto che l’accusante è il possessore di decine di reti televisive (ultimo acquisto: un’emittente libica) e di altrettanti giornali e mezzi di informazione (Panorama, Mondadori, Il Giornale, ecc…).

La sua è una politica della paura, delle minacce, dei ricatti. Le denunce per milioni di euro destinate a “La Repubblica” e “L’Unità” ed il suo tentativo di acquistare “El Pais” dopo lo scandalo di cui era protagonista, ne sono le (lampanti) prove. Tutto ciò che non dice ciò che vuole Lui, è da debellare.
Da qualche mese, inoltre, è stato sostituito il direttore de “Il Giornale”. Non che il precedente, Giordano, non fosse al completo servizio del padrone, non sia mai! C’è però differenza di peso nelle sue manganellate rispetto a quelle dell’attuale direttore Vittorio (pardon, Littorio) Feltri. Il Giornale è ormai diventato (lo era anche prima, ma ha ricevuto ora la definitiva consacrazione) il “braccio armato” del Governo. Eh già, perché i colpi inferti dal manganello di Feltri non sono meno duri di quelli squadristi. Nel celebre attacco all’(ex) direttore dell’Avvenire Dino Boffo, Feltri esordisce con una terribile minaccia: “Iniziamo con Dino Boffo”, è proprio quell’”iniziamo” la nuova inquietante chiave di lettura, un messaggio, i destinatari ne conoscono la direzione ed il significato, una specie di avviso, «state attenti, noi abbiamo informazioni “pesanti” su ognuno di voi, se però fate i bravi vi risparmieremo».
L’informazione che si permette di andare anche un ciglio fuori dall’ottica del regime, è da eliminare. Si pensi ai recenti (durissimi) attacchi ad Annozero e al Corriere della Sera, alla (piccolissima) parte della Rai non ancora completamente votata ai comandi del Capo e ai presunti giornalisti anti-italiani, accomunare infatti alcune critiche al capo del Governo, anzi, non critiche, semplicemente divulgare sentenze, dunque non più idee, è una colpa, e che colpa! L’esatto opposto di un Governo democratico. L’Italia per “loro” è divisa in due, chi appoggia ciecamente il Governo (attuale, ovviamente!), oppure no. Le parole di un Ministro della Repubblica coi fiocchi, Brunetta, in un discorso tenuto circa due settimane fa, sono l’involontaria e perfetta esegesi di questo pensiero: «[...] i cattivi magistrati, i cattivi giudici, i cattivi sindacalisti, i cattivi giornalisti, [...], tutta questa (cattiva) parte dell’Italia, vada a morire ammazzata!».
Di stallieri e lavandai
28 set
Questa è una bella e lunga storia – purtroppo anche vera – che inizia nella metà degli anni ’60, quando due uomini, uno di Milano, l’altro di Palermo, si incontrano all’Università Statale di Milano, facoltà di Legge. Si chiamano Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, sono laureati entrambi in Giurisprudenza, fanno amicizia e si piacciono molto. Ad un certo punto Dell’Utri torna in Sicilia a lavorare in Banca, Berlusconi rimane a Milano, fa il palazzinaro (non si sa con quali soldi, ma non è questo il problema). Nel ’73 Berlusconi acquista la sua prima villa (Arcore) dalla famiglia Casati Stampa e sceglie come Segretario Dell’Utri, che lascia l’impiego in Banca e si trasferisce nella villa.
Iniziati i lavori di ristrutturazione, nasce l’esigenza di assumere un altro dipendente, uno stalliere; in tutta la Brianza Dell’Utri non riesce a trovare nessun dipendente all’altezza, alla fine – disperato – arriva a Palermo e lì, finalmente, trova l’uomo giusto, si chiama Vittorio Mangano – purtroppo è anche un mafioso, ma non si può sottilizzare, è l’unico – lo porta dunque a Milano con la moglie, le due figlie e la suocera. Dell’Utri racconterà che glielo aveva presentato un suo amico lavandaio, Tanino Cinà – condannato per mafia insieme a lui – perché Mangano era tifosissimo della Bacigalupo, squadra allenata da Dell’Utri; è infatti proprio quando lo vede tirare le righe del campo col gesso che finalmente Dell’Utri si decide dell’esperienza di Mangano come stalliere, viene così promosso ad Arcore dove inizia la sua brillante carriera. Lavora accompagnando Berlusconi in ufficio ed i suoi figli a scuola, sgancia cani feroci la mattina, li riprende la sera, gira col revolver nel calzino, mangia con Berlusconi, e a questo punto inizia a prendersi delle libertà, invita ad Arcore alcuni suoi amici, non si sa chi sono, alcuni pentiti affermano essere latitanti che svernavano così, ogni tanto, a casa di Berlusconi.
Mangano rimarrà alla villa per altri due anni, fino all’ottobre ’74, quando decide di andarsene anche a causa delle pressioni della stampa che – a seguito delle sue ripetute visite a San Vittore – fa sorgere alcune domande. Qualche tempo dopo, nell’ottobre ’76, Mangano e Dell’Utri si ritrovano in un ristorante di Milano, “Le colline Pistoiesi”, alla cena di compleanno del boss Antonino Calderone. Alle domande dei giudici, successivamente, Dell’Utri risponderà che nemmeno conosceva i commensali, immaginatevi quindi una festa di compleanno, con torta e candeline, una pletora di mafiosi che soffia felice, ed un pover’uomo in disparte che consuma mogio la sua fetta di torta, non conosceva nessuno, non glieli avevano presentati.
Nel ’77 Dell’Utri lascia la Fininvest e va a lavorare da Rapisarda, a cui corrisponde una fedina penale ancora più lunga di quella di Mangano; riceve l’incarico di amministrare una società ma Dell’Utri la manda in bancarotta fraudolenta nel giro di un anno, il fratello viene addirittura arrestato, lui incriminato, Rapisarda scappa all’estero ospite del clan Cuntrera-Caruana in Venezuela, e Dell’Utri si imbuca a casa sua perché non sa più dove andare. A questo punto, nel 1980, Mangano viene arrestato da Giovanni Falcone; negli stessi mesi si sposa a Londra un boss trafficante, Jimmy Fauci. Partecipa al matrimonio tutto il gotta di Cosa Nostra, c’è persino Francesco di Carlo (quello sospettato di aver impiccato Roberto Calvi), va anche Dell’Utri; anche in questo caso dobbiamo tuttavia immaginare che il pover’uomo si trovava per caso a Londra, precisamente per la mostra dei vichinghi (come dichiarerà ai giudici), incontra casualmente Tanino Cinà, si imbuca alla festa, ma non conosce nemmeno lo sposo. Chi non va a Londra per vedere la mostra dei vichinghi portandosi in valigia un tait? Mangano viene intanto condannato al maxi-processo a 13 anni per traffico di droga.
Dell’Utri torna all’ovile, da Berlusconi, che lo promuove amministratore delegato e presidente di Publitalia, diventa così – dopo quel bel successo che aveva fatto con la bancarotta – numero due, alla pari di Confalonieri. Craxi nel frattempo è diventato da tre anni Presidente del Consiglio. Nel 1986 la mafia decide di cambiare cavallo, non vota più democristiano, alle elezioni europee dell’87 voterà infatti socialista. Cosa Nostra vuole però contrattare i voti, casualmente esplode una bombetta (non si può chiamare vera bomba, una specie di raccomandata) nella casa di Berlusconi a Milano, in via Rovani. Arrivano i Carabinieri, Berlusconi incolperà Mangano. Dell’Utri tuttavia vuole indagare personalmente, chiama dunque Tanino Cinà, il quale prende l’aereo da Palermo, arriva a Linate e da una cabina pubblica chiama casa Dell’Utri, risponde il bambino che dopo qualche esitazione risponde tutto contento “Tanino! Sei tu!“. Anche il figlio di Dell’Utri conosce questo lavandaio di Palermo poi condannato in primo grado per mafia; passa la cornetta al padre, i due parlano. Subito dopo Dell’Utri chiama Berlusconi ed esordisce “Silvio, ho parlato con Tanino“, Berlusconi non batte ciglio, già lo conosce. Si scoprirà poi che il clan che ha messo la bomba era quello di Santapaola. La storia, molto lunga, ovviamente prosegue.
Marcello Dell’Utri è imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, ed è stato condannato in Tribunale, in primo grado di giudizio, a nove anni di reclusione; ha fatto ricorso contro la condanna, ha fatto ricorso anche la Procura di Palermo, sostenendo che la pena era troppo lieve. Al processo di appello si è lavorato per tre anni, dal 2006 al 2009; nel corso del processo d’appello la pubblica accusa ha chiesto di depositare nuovi elementi di prova e la Corte d’Appello li ha respinti quasi tutti, anche nell’ultima udienza ha respinto i nuovi elementi indiziari portati dal Procuratore Generale Antonino Gatto. Erano le novità emerse dal fronte Ciancimino, figlio dell’ex Sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Si chiama Massimo Ciancimino, a casa sua è stato trovato un lembo di una lettera che Provenzano ha indirizzato a Berlusconi, purtroppo l’altra parte è scomparsa. La parte che è stata trovata e che oggi possediamo è rimasta invece sepolta in uno scatolone della Procura di Palermo, fino a quando non è cambiato il Procuratore: è andato via il Procuratore Grasso ed è arrivato il Procuratore Messineo, che ha rimesso a lavoro i magistrati estromessi dal lavorare sulla mafia nella gestione precedente. I magistrati sono andati a ravanare negli scatoloni e hanno trovato il preziosissimo lembo di lettera. A questo punto si sono precipitati, stava finendo il processo d’appello Dell’Utri: i giudici, prima delle vacanze, stavano per dare la parola al Procuratore Generale per la requisitoria, quando sono arrivate queste nuove carte, che dire importantissime è dire poco. Provenzano scrive a Berlusconi, ovvero il capo della mafia che scrive all’attuale capo del governo, lo chiama Onorevole (si riferisce dunque all’impegno politico di Berlusconi), ed è probabilmente successiva al ’93 / ’94.
Provenzano promette appoggio politico a Forza Italia, in cambio della disponibilità di una rete televisiva. Minacciava, in caso contrario, di dare luogo ad un “triste evento”: così lo chiama Provenzano o chi, materialmente, ha vergato questa lettera. ll triste evento, secondo il figlio di Ciancimino, era il rapimento o l’assassinio del povero Piersilvio. Naturalmente tutto è andato bene, Berlusconi junior è più vivo che mai, non ha mai subito attentati o tentativi di sequestro, quindi dobbiamo pensare che quella lettera, in qualche modo, abbia avuto soddisfazione.
Io per il terremoto non do un euro!
2 giu
Riprendo il titolo provocatorio di Giacomo di Girolamo. Ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà soldi dal conto telefonico, non manderò alcun sms, non partiranno bonifici, nè versamenti alle poste. Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato le trasmissioni non-stop, gli appelli televisivi, le testimonianze sospirate dei politici. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà che in questo momento io possa fare.
Non do un euro, perché è proprio lo stereotipo dell’italiano buono e generoso che rovina questo paese, quello del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude ma che poi, alla fine, nel momento della tragedia, sa farsi perdonare tutto e fa a gara a chi da di più. Io sono stanco di questa Italia, non voglio si perdoni più nulla; è un circolo vizioso, il giorno seguente si ricomincia come prima. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.
Quando ci fu il Belice gli italiani si mossero, e diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate. Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì molti fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale, per la ricostruzione. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte allo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente. Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi – ogni volta – si continua imperterriti come prima?
Non do un euro, perché paghiamo le tasse. E in questi soldi ci sono già dentro quelli per la ricostruzione, per gli aiuti, per la Protezione Civile, che però vengono sempre spesi per fare altro. Ogni volta viene chiesto aiuto agli italiani. Basta. Rischiamo di farla diventare una tradizione, di lanciare (involontariamente) il pericolosissimo messaggio che poi, anche se lo Stato compie le peggiori azioni di questo mondo, ci sia il popolo, mosso da compassione, che perdona tutto e ripaga qualsiasi danno. Basta mandare qualche inviato a raccogliere bambole fra le macerie per far breccia nel cuore degli italiani e fargli dimenticare come – solo pochi decenni prima – accadeva lo stesso e i colpevoli restavano impuniti.
Nelle tasse c’è previsto – infatti – anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le tasse paghiamo anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.
Non do un euro per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto.
Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.
Non do un euro, ma il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno.
Lettore disattento, aspetta a darmi del bestemmiatore. Non parlo da egoista, cinico e antisociale, questo ragionamento è dettato dal serio bisogno di far cambiare le cose, di modificare questa politica di malgestione del denaro pubblico, che, ripeto, si sente “protetta” dalle associazioni di volontariato che vanno sempre a parare l’operato dello Stato pasticcione di cui si parlava prima. Guardiamo oltre il nostro naso, donando uno/due/tre euro rischiamo soltanto di favorire la passerella di politici e gente che – al contrario di chi dona soldi in modo sincero – sfrutta tragedie e disgrazie per farsi bello. Andiamo oltre, esigiamo il nostro diritto, da cittadini italiani, da contribuenti, a veder spesi in modo corretto in nostri soldi (ad esempio per la ricostruzione), altrimenti arrivederci alla prossima tragedia, chi manda indietro il nastro?
La violenza sulle donne
11 feb
La violenza sulle donne è presente in vari gradi e diversi contesti sociali. Lo stupro è sicuramente la manifestazione principale, non dimentichiamo tuttavia la violenza in casa (ci sono dati sconcertanti) e le esclusioni sociale e lavorative. Questo fenomeno, che nella sua conformazione attuale ricorda molto il razzismo, è nato (secondo me) per motivi “naturali”. L’uomo è indubbiamente più forte – fisicamente – della donna. Ora questa differenza, innata e connaturata nell’essere umano, è stato il punto di partenza. In una società moderna, tuttavia, le relazioni e la rilevanza sociale dovrebbero basarsi su fattori come l’intelligenza, la cultura, la simpatia, la prontezza, la capacità di apprendimento.
Nella società attuale, invece, la violenza è amplificata dai media, che propongono programmi maschilisti e totalmente “assoggettanti” nei confronti delle donne, e dalla pubblicità, che non perde occasione per accostare l’immagine della donna a quella dell’oggetto da vendere.
Una forte critica va ai politici che si vantano di aver aumentato le cosiddette “quote rosa” o di aver scelto tot. donne per la propria squadra di governo; non è certo una virtù, dovrebbe essere semplicemente scontato.
Stesso ragionamento per le “quote rosa”, a mio parere un’offesa gratuita. È come se si affermasse che le donne non siano in grado di raggiungere quel posto di lavoro, quando invece ne hanno le qualifiche e le possibilità. Un’azienda dovrebbe ingaggiare personale qualificato a prescindere dal sesso.
Infine… combattere questa piaga sociale è difficile, oltre ad agire su media, pubblicità, film e posti di lavoro, bisognerebbe intervenire in modo più profondo, cercando di sradicare questo fenomeno, dato ormai per sottinteso.
Vittorio Arrigoni libero!
21 gen
Visto che mi sembra alquanto trascurata come notizia, ecco gli aggiornamenti sulla situazione di Vittorio Arrigoni, attualmente a Gaza e sottoposto a gravi minacce di morte.
l’ISM è l’International Solidarity Movement e Vittorio Arrigoni è un volontario Pacifista del Free Gaza Mouvement che attualmente si trova proprio a Gaza dove fa servizio nelle ambulanze e tiene un blog dal quale informa la Vera situazione che c’è a Gaza.
Un Movimento di Estrema Destra Americano ha varato un sito per combattere l’ISM e ha messo una Taglia su Vittorio Arrigoni!
Il sito al momento è stato oscurato, la taglia si trovava subito in prima pagina.
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Siamo risorse economiche…!
23 dic
Ultimamente si è instaurato un clima di terrore. I giovani che come me poche volte avevano dato un’occhiata al proprio futuro, all’improvviso si accorgono di avercelo a pochi passi. La protesta contro il decreto Gelmini è in realtà un’ingegnosa e fortunata campagna di sensibilizzazione, un momento di incontro e solidarietà grazie al quale ci è stato possibile prendere coscienza di ciò che sta accadendo. Si protesta contro i tagli chiudendo un occhio sulle altre castronerie, tra cui il grembiule.
Se fossi un genitore, mi sentirei profondamente offeso dalla scontatezza con cui viene supposto che mio figlio debba sentirsi meno valido di un altro bambino per il modo in cui è vestito. Mi si toglie il privilegio di trasmettergli il principio di reale valore di una persona. Credo che si sia persa la conoscenza di cosa significhi essere una persona. Quelli che non s’infuriano di fronte a queste balordaggini (tra cui svariate minacce) non lo fanno perché incapaci di comprendere cosa comporti essere un uomo.
Io credo che vogliano raschiare via quel po’ di umanità che ci è rimasta. Siamo risorse umane, enti e non più persone. Siamo economia. Ma a noi, che studiamo Socrate e leggiamo Comedìe, non puoi comprarci. Noi che ancora ci innamoriamo di Dostoevskij e divoriamo poesie di Baudelaire, noi non ci fregate.
[...] Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico [...]
Piero Calamandrei, 1950
L’Italia in Afghanistan, in guerra per una “pace vittoriosa”…
28 nov
Sembra ignorata da tutti la missione dei nostri quattro cacciabombardieri Tornado del 6° stormo ‘Diavoli Rossi’ di Ghedi, che partiranno per l’Afghanistan “nei prossimi giorni”. Lo ha confermato pochi giorni fa il generale Vincenzo Camporini, Capo di stato maggiore della Difesa.
Secondo l’esercito italiano, la missione di questi aerei da guerra – che ci costerà oltre quattro milioni di euro al mese – non sarà quella di sganciare missili e bombe. Ma – proprio come precisa Zio Paperone nelle sue minuscole postille, ciò non vuol dire che non parteciperanno alla guerra.
I quattro Tornado – che non saranno sotto comando italiano, bensì a disposizione del comandante statunitense David D. McKiernan – verranno impiegati su tutto lo spazio aereo afgano in operazioni di sorveglianza del territorio ma anche in operazioni di intelligence e ricognizione, ovvero di ‘acquisizione obiettivi’. Vale a dire che individueranno gli obiettivi che poi verranno bombardati da altri caccia alleati o attaccati dalle truppe di terra della Nato.
Affermare che i Tornado non parteciperanno alla guerra è come dire che non lo fa l’ufficiale di puntamento addetto a un pezzo d’artiglieria che dà le coordinate di tiro all’artigliere, o che non lo facevano i soldati che venivano spediti in perlustrazione fuori dalle trincee prima di un attacco.
“Le missioni aeree di ricognizione non hanno finalità ricreative e umanitarie”, ha ironizzato il generale Fabio Mini, ex comandante della missione Kfor in Kosovo. “Sono missioni da combattimento vero e proprio in quanto preludono all’attacco con bombe a grappolo, incendiari ed esplosivi ad alto potenziale”.
La stessa ovvietà fu evidenziata nel marzo 2007 dall’associazione pacifista di ufficiali tedeschi ‘Darmstaedter-Signal‘ alla vigilia dell’invio dei sei Tornado della Luftwaffe che ora i nostri quattro vanno a sostituire con gli stessi compiti. “Non si può dire che il loro impiego sarà ‘non-combat’ perché i risultati dei loro voli di ricognizione guideranno gli attacchi condotti da altri aerei o da truppe di terra”.
Al di là di questo, rimane il dubbio (non molto lontano) che i Tornado alla fine possano venire segretamente usati anche per bombardare. “Gli aerei sotto controllo americano non hanno limiti operativi e i nostri cacciabombardieri saranno chiamati a ‘cacciabombardare’”, ha dichiarato il generale Mini.
D’altronde, osservano molti, per fare perlustrazione e osservazione delle postazioni nemiche non bastano gli aerei spia telecomandati come i ‘Predator’, che sono fatti apposta?
Anche durante la guerra del Kosovo del 1999 i Tornado italiani, ufficialmente, svolgevano solo missioni di ricognizione e supporto aereo. Poi si scoprì che sganciarono tonnellate di bombe su Belgrado.
Il nostro "caro" Kossiga…
22 nov
Il nostro “caro” presidente Francesco Kossiga non ha bisogno di nascondersi dietro una famosa “ipotesi”, lui è un uomo serio ed un vero maschio. In un’intervista del 23 ottobre improvvisa una mirabile lezione di guerriglia di stato, dove consiglia di picchiare le «maestre ragazzine», che fomentano secondo lui le folle, di «non avere pietà e mandare tutti i manifestanti in ospedale» e – soprattutto - «infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto».
Pochi giorni dopo la dichiarazione, a Piazza Navona, facinorosi militanti del Blocco Studentesco, armati di spranghe, caschi e mazze e – cosa più grave – dell’appoggio della polizia (che occulta manganelli e difende gli infiltrati), picchiano studenti disarmati e rovinano la pacifica manifestazione con un’intrusione chiaramente premeditata.
Come se non bastasse, il 3 novembre una trentina di fascisti, coperti da passamontagna, fanno irruzione negli studi Rai di Via Teulada, il mirino è la sede di “Chi la visto?“, che nella nella puntata del martedì precedente aveva mandato in onda filmati che ricostruivano le fasi immediatamente precedenti alle cariche in piazza Navona.
Ma il nostro “picconatore” Cossiga non molla e torna a colpire. In una lettera indirizzata al capo della polizia Manganelli espone il suo piano, preciso e dettagliato. L’ideale, spiega, sarebbe che «qualche commerciante, qualche proprietario di automobili, e anche qualche passante, meglio se donna, vecchio o bambino fossero feriti o danneggiate, se fosse possibile, la sede dell’arcivescovo di Milano, qualche sede della Caritas o di Pax Christi». Secondo lui infatti «un’efficace politica dell’ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti».
Riassumendo la lettera: lasciateli fare casino, fateci scappare il morto, magari un bambino.
Insomma… come dice Robecchi de “Il Manifesto”, Kossiga si dimostra un nostalgico “macho-fascio”, che sembra quasi rievocare i fatti del maggio ’77, dove la studentessa romana Giorgiana Masi morì sul Ponte Garibaldi in circostanze molto simili a quelle augurate pochi giorni fa dallo stesso presidente dell’Interno di allora.
