Il solito cialtrone di turno…
Recensioni
Libro: "Tutta colpa di Mick Jagger"
15 apr
Recensione: “TUTTA COLPA DI MICK JAGGER”, di CYRIL MONTANA
Simon è un figlio di “figli dei fiori”, sballottato nell’infanzia tra il nido dell’adorata nonna e asili per bambini di hippies, ed è cresciuto con tutte le dovute conseguenze. A 30 anni deve conciliare la sua già complicata vita sentimentale con l’inseguimento continuo di una madre che è un’inguaribile settantottina, che da vera bohemien gira per gli alberghi più costosi di Francia e che sostiene che le sue emicranie siano causate dal fatto che Mick Jagger si è impossessato della sua testa.
Attraverso una prosa piacevolmente sgangherata che si sviluppa tra flashback e monologhi interiori, Montana fornisce un delizioso ritratto di un immaginario ragazzo-frutto dell’amore libero, perseguitato da paure, manie e totalmente sconclusionato nelle sue avventure amorose, ridefinendo ironicamente l’eredità di quel ’68 tanto idealizzato dagli adolescenti.
Film: "Ratataplan"
7 feb
Recensione: “RATATAPLAN”, di Maurizio Nichetti
La trama sconclusionata, i visi intensi e fuori dal comune e la particolarità del muto ne fanno una fra le pellicole più visionarie e fantasiose del cinema italiano. Un film comico dove non ci sono battute, ciò che fa ridere sono le situazioni, i colori e l’eccezionale espressività degli attori.
La vita è dura per il giovane Colombo. Abita in un palazzo fatiscente, dove vivono una donna perennemente incinta, un maestro di ballo liscio, bambini urlanti ed una ragazza che colleziona stracci.
Lavora in un chiosco in cima ad una collina, fa parte della sfortunatissima compagnia teatrale “Quelli del grock”, e costruisce robot grazie alla sua mente geniale.
I personaggi non parlano. Urlano, schiamazzano, ma non una parola esce dalla bocca del protagonista, il quale in questo modo si ritaglia un mondo unicamente per sé stesso.
A dargli la spinta sarà la ragazza che colleziona stracci, che lo porterà in un magazzino pieno di vecchi vestiti, dove si rotoleranno insieme riscoprendo in modo inaspettato la felicità.
Libro: "Due di Due"
5 feb
Recensione: “DUE DI DUE”, di ANDREA DE CARLO
Guido e Mario nascono in una Milano satura di smog, tetra e monotona. Fin dal primo incontro c’è una certa affinità tra i due, Guido è un ragazzo affascinante, pieno di vita e sicuro di sé. Mario, molto più introverso e riflessivo, all’inizio si appoggia all’amico, lo segue incondizionatamente, ne ammira le sfaccettature e cerca di imparare dalle sue mosse.
Nasce così una profondissima amicizia fra i due giovani, che condividono pensieri, riflessioni, la crescente insofferenza verso il mondo che li circonda, le prime contestazioni giovanili. “Due di Due” è la storia dell’amicizia, della crescita, della ricerca della propria strada.
Da subito cogliamo un’immagine di quello scarto doloroso tra la vita che il mondo ci impone e quella che noi vorremmo.
Le strade dei due amici, ad un tratto, si separano. Guido – sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, sorprendente, che potesse rompere quella monotonia permanente alla quale era abituato – parte, gira il mondo cambiando più volte lavoro, nazione, donna. Mario invece inizierà finalmente a crescere e ad imparare a costruirsi la propria vita nel modo più estremo e concreto possibile: ristrutturando con le proprie mani un casale, lontano dalla corruzione, dall’alienazione e dallo stress.
Guido va più volte a trovare Mario, riparte, ritorna, incapace di trovare la felicità e di aggrapparsi ad uno dei suoi equilibri provvisori, diventa scrittore e – dopo mille disavventure per riuscire a far pubblicare il suo primo libro – viene subito a contatto con il filtro di qualsiasi espressione genuina, sempre esasperata fino al grottesco, per renderla vendibile.
Libro assolutamente consigliato, soprattutto ai vari “Guido”, coscienti di essere unici ed infiniti nel loro stare al mondo e ai vari “Mario” (forse il vero eroe del racconto) ed a tutti quelli che, come lui, sanno amare gli uomini.
Film: “L’uomo delle Stelle”
27 gen
Recensione: “L’UOMO DELLE STELLE”, di GIUSEPPE TORNATORE
Una tristezza indiscreta e una risata amara si fondono in l’uomo delle stelle. Le aspirazioni, i sogni e le verità dei siciliani finiscono in una macchina da presa ingannatrice.
Il suo proprietario, Joe Morelli, truffa la povera gente, facendogli sostenere un falso provino per 1.500 lire, in cambio gli regala qualcosa in cui credere: l’aspirazione di recitare in un film, grazie all’Universalia cinematografica. Il pastore, il carabiniere, l’ultimo dei mille, la figlia della Vergine Maria si aggrappano alla speranza di poter cambiare vita, di uscire dalla loro realtà e approdare in un altro mondo, anche non magico, ma almeno migliore. E Joe Morelli, se pur con i rimorsi di coscienza, li asseconda nelle loro ambizioni, non solo per soldi. Il falso talent-scout ha infatti bisogno dei guai degli altri, delle loro aspettative e soprattutto ha bisogno della loro verità. Ha bisogno del segreto dei piccoli e dei grandi per riuscire ad ammettere il suo…
Film: “Si può fare”
22 gen
Recensione: “SI PUÒ FARE”, di GIULIO MANFREDONIA
Nello, malvisto dal sindacato, viene retrocesso ed esiliato in una cooperativa di malati mentali. L’iniziale scetticismo lascia spazio all’entusiasmo e al suo spirito costruttivo, e Nello inizia a socializzare con i suoi nuovi “dipendenti”, impegnati fino a quel momento in (inutili) attività assistenziali. Il nuovo direttore propone subito alla cooperativa di cimentarsi per la prima volta in un lavoro vero. Iniziano così a delinearsi i vari personaggi, le storie e i problemi di ognuno.
Nello, per niente scoraggiato ed intimorito da questi ostacoli (tutt’altro che insuperabili) raccoglie le idee di tutti e con entusiasmo esclama: “Si può fare!“.
I “soci”, dapprima scettici e quasi affezionati agli inutili (ma semplici e rodati) lavori assistenziali, iniziano a credere nel progetto, partecipando attivamente. La Cooperativa 180 (in onore della legge 180/78, di Franco Basaglia), inizia a respirare un’aria nuova, e ognuno trova un proprio spazio per esprimersi, anche non avendo le parole. La Cooperativa riesce ad andare avanti e a conquistarsi una fetta di mercato, e con essa anche i ragazzi iniziano a ritrovare la “normalità”, scoprendo le proprie potenzialità e riacquistando fiducia in loro stessi. Vanno a vivere da soli, riducono l’assunzione di psicofarmaci e cominciano ad avere i problemi delle persone “normali” (innamoramento, sesso, vita di coppia, vita sociale, ecc) ma l’aria idilliaca e perfetta di questo inaspettato cambiamento si dissolve improvvisamente, imbattendo in qualcuno troppo fragile per abituarsi così rapidamente a questa nuova vita. Emerge così anche il dramma dell’oppressione familiare e di una realtà poco incline all’accettazione del “diverso”, che si ferma spesso alle apparenze, rifiutando qualsiasi apertura verso chi più difficilmente riesce ad ambientarsi in questa società chiusa e menefreghista.
Il film, ambientato proprio negli anni in cui venivano chiusi i primi manicomi, si addentra in un mondo spesso trascurato dal cinema, fatto di esseri umani che provano sentimenti e vivono (almeno ci provano) come noi.
In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla.
Franco Basaglia
Libro: "La fattoria degli animali"
26 ott
Recensione: “LA FATTORIA DEGLI ANIMALI”, di GEORGE ORWELL
Chi ha detto che le favole che attraverso gli animali rappresentavano i vizi degli uomini siano finite con Esopo e Fedro?
Questo libro è il più chiaro esempio di favola moderna.
In una fattoria gli animali, stanchi delle ingiustizie degli esseri umani, si uniscono tutti quanti per ribellarsi al loro terribile padrone. Una volta liberi creano un nuovo ordine fondato sull’uguaglianza e sulla giustizia, in cui la fattoria dovrà essere solo degli animali e l’uomo è un nemico da cui prendere le distanze, in quanto cerca in ogni modo di schiavizzarli.
Ma ben presto prevarica tra loro una nuova classe di burocrati, i maiali.
Questi ultimi, con egoismo ed astuzia, creano nella fattoria un nuovo sistema totalitario, che riporta gli animali alle stesse precedenti condizioni, se non peggio.
I passati ideali di giustizia e libertà vengono dimenticati, e cedono il posto ad un governo fondato sull’ ipocrisia e la paura, sotto la guida del maiale Napoleon.
“Volgevano lo sguardo dal maiale all’uomo e dall’uomo al maiale: ma era già impossibile distinguere l’uno dall’altro“.
Film: "Le vite degli altri"
17 ott
Recensione: “LE VITE DEGLI ALTRI”, di FLORIAN HENCKEL VON DONNERSMARCK
Berlino Est, 1984. Il capitano Wiesler, un inflessibile ed incorruttibile agente della STASI, la terribile polizia di stato che spia e controlla scrupolosamente la vita dei cittadini della DDR, si reca a teatro. Terminato lo spettacolo dello scrittore e drammaturgo Georg Drayman, pupillo del regime e fervente idealista, riceve l’ordine di sorvegliarlo.
La decisione, presa dal ministro della cultura Bruno Heimpf e giustificata come un normale e sano controllo ideologico, cela in realtà un mero intento. Il ministro, invaghitosi di Christa-Maria, la bella attrice compagna di Dreyman, vorrebbe trovare prove a carico dell’artista per sbarazzarsene e avere campo libero.
Ascoltando giorno e notte ciò che accade in casa di Dreyman, Wiesler entrerà nelle loro vite che, involontariamente, lo toccheranno profondamente. Il capitano, commosso e non più tanto convinto di fare il giusto, protegge le vite degli altri e nasconde le frequentazioni dissidenti dello scrittore consegnando falsi rapporti e, consequenzialmente, rinunciando ad una promettente carriera.
Costruito come un thriller, il film tiene con il fiato sospeso e ricostruisce nei minimi particolari la stretta sorveglianza, le perquisizioni, la prigionia e gli interrogatori in una Germania fredda e struggente, divisa in due da un muro lungo 46 KM che attraversava non solo le strade, ma soprattutto i cuori e le esistenze dei tedeschi.
Libro: "Il mistero di Rue des Saints-Pères"
26 lug
Recensione: “IL MISTERO DI RUE DES SAINTS-PÈRES”, di IZNER CLAUDE
Protagonista inconsapevole della trama, la Tour Eiffel rappresenta la vera attrazione e il centro nevralgico dell’Esposizione Universale di Parigi (1889), evento attesissimo che – fra le altre cose – permette di effettuare un bilancio di tutte le invenzioni messe a punto nella fine del secolo.
I parigini, ammirati, salgono in massa sulla torre, come la povera Eugenie Patinot che, punta da qualcosa, si accascia a terra, priva di vita.
Dopo di lei seguiranno molte altre morti misteriose, sulle quali il libraio e improvvisato investigatore Victor Legris tenterà di fare luce.
La storia, piena di colpi di scena e molto ben congegnata, riesce a creare quella sfera di attesa propotente ed esigente degna di un giallo che si rispetti.
Film: "Tutta la vita davanti"
13 mag
Tosto, diretto e terribile come sempre, Virzì si intromette nel discorso indubbiamente attuale del precariato e in “Tutta la vita davanti” mostra sotto una nuova luce la società dei contratti a progetto, dei call center e dei giovani in generale.
Marta (Isabella Ragonese), neo-laureata “col botto”, si ritrova così a fare i conti col mondo del lavoro, che ad un primo acchitto sembra non offrirle nient’altro che una sedia da telefonista presso la “Multiple”, promettente azienda nel campo delle vendite. Piano, piano, quello che all’inizio sembrava un normale lavoro, si rivelerà un vero e proprio gorgo di falsità e false apparenze che illude i poveri lavoratori con inutili premi, punendoli allo stesso tempo con epici licenziamenti “di piazza” e esaltandoli con training motivazionali.
Gli slogan lungimiranti e i ricatti psicologici dell’azienda guidata da Claudio (Massimo Ghini) sembrano far dimenticare la precarietà del posto e creano una competitività esasperata fra gli invasati venditori, che lottano per ricevere una stupida medaglietta da primi della classe.
Inutili sono i tentativi del debole sindacalista Giorgio Conforti (Valerio Mastandrea) che cerca in tutti i modi di svegliare le ignare telefoniste, degne rappresentanti di una società alienata nella quale la superficialità fa da padrona.
E se Marta può ancora sognare un mondo migliore, tutto attorno resta un ritratto allarmante dell’Italia di oggi. Un film amaro, che lascia con un groppo in gola e manda un segnale forte sul mondo in cui viviamo dove la società offre lavori che blindano le emozioni.
Libro: "Ti prendo e ti porto via"
7 apr
Recensione: “TI PRENDO E TI PORTO VIA”, di NICCOLÒ AMMANITI
Pietro Moroni aveva dodici anni e faceva la seconda media, era un ragazzo gentile ed educato, ma anche timido e docile. Forse proprio per il suo animo buono, retto e pio era diventato il bersaglio della banda di teppisti e suoi compagni di classe, guidati dall’autoritario ed indiscusso capo Pierini.
Ormai Pietro si era rassegnato, quando quelli decidevano di picchiarlo non c’era più niente da fare, subiva e basta.
Figlio di un padre incostante, assente e forse alcolizzato, vedeva nella madre una donna debole e incapace di prendere decisioni e nel fratello un ventenne pacioccone e infantile.
L’unica vera amica era Gloria; di lei si fidava ciecamente, erano cresciuti insieme fin da piccoli e ormai si conoscevano perfettamente l’un l’altro. E questo era forse l’unico aspetto di Pietro ad essere invidiato dagli altri; Gloria, la ragazza più bella di tutta la scuola e forse – addirittura – di tutta Ischiano Scalo, preferiva stare con il Cazzone, invece che con gli altri ragazzi più quotati!
Pierini non riusciva proprio a capacitarsi di questo fatto.
Graziano Biglia era invece un playboy da strapazzo, in paese nessuno osava contestargli il trono di miglior conquistatore e al bar si narravano ormai da tempo immemorabile i suoi successi e le sue avventure più incredibile, raccontate sempre con un misto di ammirazione e devozione degne del più grande campione olimpionico.
Le vicende di questi due personaggi, dopo un esordio “in medias res”, si incontrano e Ammanniti riesce ad intrecciarle perfettamente, formando una trama più che mai vera e coinvolgente, caratterizzata da un’anacronia iniziale.
Le uniche note dolenti sono forse le divagazioni, l’autore si spinge a delineare personaggi minori e scene frammentarie poco utili ai fini del romanzo e alla sua corretta comprensione.
Proseguendo nella narrazione Pietro si ritrova a dover fare i conti con le insidie della vita, ma – dopo una dolorosa iniziazione – riesce a svegliarsi, preservando comunque la sua naturale e ormai rara bontà.
Graziano invece si rende conto di non aver capito tutto della vita e, riscoprendo aspetti nuovi dell’esistenza, proprio quando credeva di essere riuscito a comprendere il suo scopo, la sorte gli gioca il più brutto degli scherzi, privandolo dell’ormai unica ragione che lo spingeva a non detestare la vita.
Il finale, ricco di colpi di scena e avvenimenti assolutamente inaspettati, lascia un po’ l’amaro in bocca; quasi come il finale di un’esecuzione, dove il batterista lascia presumere un ultimo colpo, atteso e imperdibile, che però non c’è, troncando inspiegabilmente la narrazione.