Questa è una bella e lunga storia – purtroppo anche vera – che inizia nella metà degli anni ’60, quando due uomini, uno di Milano, l’altro di Palermo, si incontrano all’Università Statale di Milano, facoltà di Legge. Si chiamano Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, sono laureati entrambi in Giurisprudenza, fanno amicizia e si piacciono molto. Ad un certo punto Dell’Utri torna in Sicilia a lavorare in Banca, Berlusconi rimane a Milano, fa il palazzinaro (non si sa con quali soldi, ma non è questo il problema). Nel ’73 Berlusconi acquista la sua prima villa (Arcore) dalla famiglia Casati Stampa e sceglie come Segretario Dell’Utri, che lascia l’impiego in Banca e si trasferisce nella villa.

Iniziati i lavori di ristrutturazione, nasce l’esigenza di assumere un altro dipendente, uno stalliere; in tutta la Brianza Dell’Utri non riesce a trovare nessun dipendente all’altezza, alla fine – disperato – arriva a Palermo e lì, finalmente, trova l’uomo giusto, si chiama Vittorio Mangano – purtroppo è anche un mafioso, ma non si può sottilizzare, è l’unico – lo porta dunque a Milano con la moglie, le due figlie e la suocera. Dell’Utri racconterà che glielo aveva presentato un suo amico lavandaio, Tanino Cinà – condannato per mafia insieme a lui – perché Mangano era tifosissimo della Bacigalupo, squadra allenata da Dell’Utri; è infatti proprio quando lo vede tirare le righe del campo col gesso che finalmente Dell’Utri si decide dell’esperienza di Mangano come stalliere, viene così promosso ad Arcore dove inizia la sua brillante carriera. Lavora accompagnando Berlusconi in ufficio ed i suoi figli a scuola, sgancia cani feroci la mattina, li riprende la sera, gira col revolver nel calzino, mangia con Berlusconi, e a questo punto inizia a prendersi delle libertà, invita ad Arcore alcuni suoi amici, non si sa chi sono, alcuni pentiti affermano essere latitanti che svernavano così, ogni tanto, a casa di Berlusconi.Marcello Dell'Utri

Mangano rimarrà alla villa per altri due anni, fino all’ottobre ’74, quando decide di andarsene anche a causa delle pressioni della stampa che – a seguito delle sue ripetute visite a San Vittore – fa sorgere alcune domande. Qualche tempo dopo, nell’ottobre ’76, Mangano e Dell’Utri si ritrovano in un ristorante di Milano, “Le colline Pistoiesi”, alla cena di compleanno del boss Antonino Calderone. Alle domande dei giudici, successivamente, Dell’Utri risponderà che nemmeno conosceva i commensali, immaginatevi quindi una festa di compleanno, con torta e candeline, una pletora di mafiosi che soffia felice, ed un pover’uomo in disparte che consuma mogio la sua fetta di torta, non conosceva nessuno, non glieli avevano presentati.

Nel ’77 Dell’Utri lascia la Fininvest e va a lavorare da Rapisarda, a cui corrisponde una fedina penale ancora più lunga di quella di Mangano; riceve l’incarico di amministrare una società ma Dell’Utri la manda in bancarotta fraudolenta nel giro di un anno, il fratello viene addirittura arrestato, lui incriminato, Rapisarda scappa all’estero ospite del clan Cuntrera-Caruana in Venezuela, e Dell’Utri si imbuca a casa sua perché non sa più dove andare. A questo punto, nel 1980, Mangano viene arrestato da Giovanni Falcone; negli stessi mesi si sposa a Londra un boss trafficante, Jimmy Fauci. Partecipa al matrimonio tutto il gotta di Cosa Nostra, c’è persino Francesco di Carlo (quello sospettato di aver impiccato Roberto Calvi), va anche Dell’Utri; anche in questo caso dobbiamo tuttavia immaginare che il pover’uomo si trovava per caso a Londra, precisamente per la mostra dei vichinghi (come dichiarerà ai giudici), incontra casualmente Tanino Cinà, si imbuca alla festa, ma non conosce nemmeno lo sposo. Chi non va a Londra per vedere la mostra dei vichinghi portandosi in valigia un tait? Mangano viene intanto condannato al maxi-processo a 13 anni per traffico di droga.

Dell’Utri torna all’ovile, da Berlusconi, che lo promuove amministratore delegato e presidente di Publitalia, diventa così – dopo quel bel successo che aveva fatto con la bancarotta – numero due, alla pari di Confalonieri. Craxi nel frattempo è diventato da tre anni Presidente del Consiglio. Nel 1986 la mafia decide di cambiare cavallo, non vota più democristiano, alle elezioni europee dell’87 voterà infatti socialista. Cosa Nostra vuole però contrattare i voti, casualmente esplode una bombetta (non si può chiamare vera bomba, una specie di raccomandata) nella casa di Berlusconi a Milano, in via Rovani. Arrivano i Carabinieri, Berlusconi incolperà Mangano. Dell’Utri tuttavia vuole indagare personalmente, chiama dunque Tanino Cinà, il quale prende l’aereo da Palermo, arriva a Linate e da una cabina pubblica chiama casa Dell’Utri, risponde il bambino che dopo qualche esitazione risponde tutto contento “Tanino! Sei tu!“. Anche il figlio di Dell’Utri conosce questo lavandaio di Palermo poi condannato in primo grado per mafia; passa la cornetta al padre, i due parlano. Subito dopo Dell’Utri chiama Berlusconi ed esordisce “Silvio, ho parlato con Tanino“, Berlusconi non batte ciglio, già lo conosce. Si scoprirà poi che il clan che ha messo la bomba era quello di Santapaola. La storia, molto lunga, ovviamente prosegue.

Marcello Dell’Utri è imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, ed è stato condannato in Tribunale, in primo grado di giudizio, a nove anni di reclusione; ha fatto ricorso contro la condanna, ha fatto ricorso anche la Procura di Palermo, sostenendo che la pena era troppo lieve. Al processo di appello si è lavorato per tre anni, dal 2006 al 2009; nel corso del processo d’appello la pubblica accusa ha chiesto di depositare nuovi elementi di prova e la Corte d’Appello li ha respinti quasi tutti, anche nell’ultima udienza ha respinto i nuovi elementi indiziari portati dal Procuratore Generale Antonino Gatto. Erano le novità emerse dal fronte Ciancimino, figlio dell’ex Sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Si chiama Massimo Ciancimino, a casa sua è stato trovato un lembo di una lettera che Provenzano ha indirizzato a Berlusconi, purtroppo l’altra parte è scomparsa. La parte che è stata trovata e che oggi possediamo è rimasta invece sepolta in uno scatolone della Procura di Palermo, fino a quando non è cambiato il Procuratore: è andato via il Procuratore Grasso ed è arrivato il Procuratore Messineo, che ha rimesso a lavoro i magistrati estromessi dal lavorare sulla mafia nella gestione precedente. I magistrati sono andati a ravanare negli scatoloni e hanno trovato il preziosissimo lembo di lettera. A questo punto si sono precipitati, stava finendo il processo d’appello Dell’Utri: i giudici, prima delle vacanze, stavano per dare la parola al Procuratore Generale per la requisitoria, quando sono arrivate queste nuove carte, che dire importantissime è dire poco. Provenzano scrive a Berlusconi, ovvero il capo della mafia che scrive all’attuale capo del governo, lo chiama Onorevole (si riferisce dunque all’impegno politico di Berlusconi), ed è probabilmente successiva al ’93 / ’94.

Provenzano promette appoggio politico a Forza Italia, in cambio della disponibilità di una rete televisiva. Minacciava, in caso contrario, di dare luogo ad un “triste evento”: così lo chiama Provenzano o chi, materialmente, ha vergato questa lettera. ll triste evento, secondo il figlio di Ciancimino, era il rapimento o l’assassinio del povero Piersilvio. Naturalmente tutto è andato bene, Berlusconi junior è più vivo che mai, non ha mai subito attentati o tentativi di sequestro, quindi dobbiamo pensare che quella lettera, in qualche modo, abbia avuto soddisfazione.