aprile 07 2008
Libro: "Ti prendo e ti porto via"
Recensione: “TI PRENDO E TI PORTO VIA”, di NICCOLÒ AMMANITI
Pietro Moroni aveva dodici anni e faceva la seconda media, era un ragazzo gentile ed educato, ma anche timido e docile. Forse proprio per il suo animo buono, retto e pio era diventato il bersaglio della banda di teppisti e suoi compagni di classe, guidati dall’autoritario ed indiscusso capo Pierini.
Ormai Pietro si era rassegnato, quando quelli decidevano di picchiarlo non c’era più niente da fare, subiva e basta.
Figlio di un padre incostante, assente e forse alcolizzato, vedeva nella madre una donna debole e incapace di prendere decisioni e nel fratello un ventenne pacioccone e infantile.
L’unica vera amica era Gloria; di lei si fidava ciecamente, erano cresciuti insieme fin da piccoli e ormai si conoscevano perfettamente l’un l’altro. E questo era forse l’unico aspetto di Pietro ad essere invidiato dagli altri; Gloria, la ragazza più bella di tutta la scuola e forse – addirittura – di tutta Ischiano Scalo, preferiva stare con il Cazzone, invece che con gli altri ragazzi più quotati!
Pierini non riusciva proprio a capacitarsi di questo fatto.
Graziano Biglia era invece un playboy da strapazzo, in paese nessuno osava contestargli il trono di miglior conquistatore e al bar si narravano ormai da tempo immemorabile i suoi successi e le sue avventure più incredibile, raccontate sempre con un misto di ammirazione e devozione degne del più grande campione olimpionico.
Le vicende di questi due personaggi, dopo un esordio “in medias res”, si incontrano e Ammanniti riesce ad intrecciarle perfettamente, formando una trama più che mai vera e coinvolgente, caratterizzata da un’anacronia iniziale.
Le uniche note dolenti sono forse le divagazioni, l’autore si spinge a delineare personaggi minori e scene frammentarie poco utili ai fini del romanzo e alla sua corretta comprensione.
Proseguendo nella narrazione Pietro si ritrova a dover fare i conti con le insidie della vita, ma – dopo una dolorosa iniziazione – riesce a svegliarsi, preservando comunque la sua naturale e ormai rara bontà.
Graziano invece si rende conto di non aver capito tutto della vita e, riscoprendo aspetti nuovi dell’esistenza, proprio quando credeva di essere riuscito a comprendere il suo scopo, la sorte gli gioca il più brutto degli scherzi, privandolo dell’ormai unica ragione che lo spingeva a non detestare la vita.
Il finale, ricco di colpi di scena e avvenimenti assolutamente inaspettati, lascia un po’ l’amaro in bocca; quasi come il finale di un’esecuzione, dove il batterista lascia presumere un ultimo colpo, atteso e imperdibile, che però non c’è, troncando inspiegabilmente la narrazione.

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